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Coniugi e collaboratori scontano l’IRAP – Marisa ABBATANTUONI

“Coniugi e collaboratori scontano l’IRAP”

La vicenda che riguarda da vicino la nostra categoria professionale è stata recentemente sottoposta all’attenzione della Suprema Corte che si è pronunciata a sfavore dell’avvocato che utilizzava il coniuge per lo svolgimento della propria attività.

La Cassazione con l’ordinanza n. 1089 del 18 gennaio 2018 ha stabilito che il requisito dell’autonoma organizzazione ricorre quando il professionista responsabile dell’organizzazione si avvalga, pur senza un formale rapporto di associazione, della collaborazione di un altro professionista che nel caso in esame era il coniuge.

Difatti motiva la sentenza, il presupposto per l’IRAP previsto dall’art. 2, D. Lgs 446/1997, prescinde dal rapporto di coniugio individuando il discrimine per l’applicazione dell’imposta nell’intento di giovarsi delle reciproche competenze e nel valore aggiunto apportato dal collaboratore.

Nel caso in esame il collega non è riuscito a vincere la presunzione dell’Ufficio attraverso la dimostrazione che la coniuge – avvocato svolgesse “…mansioni di segreteria o generiche o meramente esecutive, che rechino all’attività svolta dal contribuente un apporto del tutto mediato o, appunto, generico” cfr Cass. Civ. sez. Unite n. 9451/2016. Quindi secondo la recentissima ordinanza che di fatto conferma l’oramai consolidato orientamento in materia d’IRAP, l’utilizzo anche di un solo soggetto capace di potenziare il reddito attraverso le proprie competenze, configura il presupposto per l’applicazione dell’IRAP.

Art. 49 Cod. Nav. e sua interpretazione “autentica”: la devoluzione può non essere gratuita (Cass. civ., Sez. I, 14 febbraio 2017, n. 3842) – Morena LUCHETTI

CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONE 1 CIVILE, 14 FEBBRAIO 2017 N. 3842
Art. 49 Cod. Nav. e sua interpretazione “autentica” – La devoluzione può non essere gratuita

La pronuncia è di estremo interesse.
Apre a riflessioni molteplici, per questo merita puntuale segnalazione, anche, e non ultimo, in considerazione del suo innestarsi nel solco – che più volte ho sottolineato – dell’intrinseca commistione di profili civilistici e pubblicistici nel titolo concessorio.
Il fatto. L’Agenzia del Demanio (AD) ricorre avverso la sentenza di secondo grado emessa a conferma della pronuncia di primo (grado) con cui, brevemente, lo Stato è condannato a corrispondere alla società concessionaria l’indennizzo per arricchimento senza causa (art. 20141 c.c.) per l’opera eretta sul demanio marittimo.
Risulta che, ad un certo punto, lo Stato abbia provveduto a sdemanializzare l’area interessata, provvedendo a norma dell’art. 35 Cod. Nav. ad escludere dal demanio marittimo alcune zone evidentemente ritenute non più utilizzabili per i pubblici usi del mare. L’iter pare sollecitato dalla stessa società concessionaria, la quale, una volta intervenuto il Decreto Ministeriale di cui all’art. 35 predetto, ritiene essere dallo stesso atto confermata – e “provata” – la “sclassifica” del bene demaniale (da demaniale a patrimoniale) e, pertanto, avanza la richiesta di indennizzo per arricchimento ingiustificato, accolta in entrambi i primi due gradi di giudizio. La misura dell’indennizzo è data, da un lato, dal depauperamento della società che fino a prima della sdemanializzazione risultava proprietaria di un manufatto dalla stessa realizzato avente un determinato valore di costruzione, dall’altro dal vantaggio derivato allo Stato in virtù dell’accessione del bene al suolo, cui dovevano aggiungersi anche i costi della “sanatoria” per essere stato il cespite in gran parte (ad esclusione di una terrazza) sanato con condono. Il bene era dunque “appetibile” sotto il profilo commerciale.
La Corte ribalta l’esito processuale.
Seppur eretto in costanza di concessione demaniale (quando la stessa era vigente e produttiva di effetti), con conseguente titolarità in capo al concessionario, dinanzi alla sdemanializzazione ed alla cessazione del titolo il bene è trasferito e acquisito ipso iure allo Stato.
Il predetto punto è diffusamente analizzato dalla Corte, che instilla l’interpretazione dell’art. 49 nei termini seguenti:
La devoluzione delle opere inamovibili di cui all’art. 49 Cod. Nav. è principio di ordine generale che non soffre deroga alcuna nemmeno nel caso in cui vi sia la sdemanializzazione dell’area ed il bene transiti nel patrimonio dello Stato;
Il manufatto, pur non insistendo più sul demanio marittimo, resta comunque acquisito allo Stato, senza che a tale conseguenza il concessionario possa validamente opporsi; l’art. 49, avendo portata generale ed applicazione diretta anche nelle ipotesi di sdemanializzazione, produce l’effetto automatico dell’acquisizione allo Stato, e l’atto di “incameramento” nulla aggiunge alla devoluzione perché è atto meramente ricognitivo non incidente sul trasferimento della proprietà già perfezionatasi;
Il punto, e lo snodo, dell’acquisizione è dato dalla cessazione della concessione, che è evento collegato a molteplici circostanze, quali la scadenza del rapporto, la sdemanializzazione (come nel caso specifico) etc, ritenendola fonte del ridetto effetto, il quale, de plano, è prodotto proprio in quanto e nella misura in cui la concessione del bene demaniale viene a spirare;
Ne consegue che erroneo è l’assunto secondo il quale solo con la scadenza della concessione nel senso di cessazione del relativo periodo l’effetto devolutivo si verifichi, dovendosi invero ritenere che tale effetto scaturisce anche nell’ipotesi di sdemanializzazione ed in quella di rinnovo della concessione (che implica un nuovo titolo, diversamente che nel caso della proroga);
Reca l’art. 49 “Salvo che sia diversamente stabilito nell’atto di concessione, quando venga a cessare la concessione, le opere non amovibili, costruite sulla zona demaniale, restano acquisite allo Stato, senza alcun compenso o rimborso, salva la facoltà dell’autorità concedente di ordinarne la demolizione con la restituzione del bene demaniale nel pristino stato” di talché è cristallina la previsione di legge in termini di rapporto tra “devoluzione delle opere” e “scadenza della concessione”
La devoluzione è gratuita, non applicandosi l’art. 934 e 936 c.c. ed essendo l’accessione, appunto, gratuita;
Riguardo tale ultimo aspetto, l’inciso “salvo che non sia diversamente stabilito nell’atto di concessione” va interpretato nel senso che è in facoltà delle parti derogare convenzionalmente la gratuità, con l’eventuale inserimento nel titolo di un corrispondente economico.

In disparte la questione inerente “rinnovo” e “proroga” della concessione, che nel tempo la giurisprudenza del Consiglio di Stato ha, nella sostanza, assimilato l’uno all’altra ritenendo di fatto in entrambe le ipotesi esistere una reale prosecuzione del rapporto senza soluzione di continuità, appare di certo rilievo l’aver coniugato la devoluzione a qualsiasi forma di cessazione del rapporto concessorio ed averne sottolineato la gratuità, in difetto di diversa previsione nell’atto di concessione.
Il trasferimento del “diritto” può dunque, convenzionalmente, essere sottoposto a condizioni economiche che devono trovare sede nella concessione. L’apporto “privato” può cambiare, in certa misura, la fine del rapporto.

Concessione nautica da diporto: la procedura competitiva vale anche per pontile galleggiante e approdo turistico (Cons. St., Sez. VI, 3 agosto 2017, n. 3892) – Morena LUCHETTI

CONSIGLIO DI STATO SEZ. VI 3 AGOSTO 2017 N. 3892
Concessione nautica da diporto
La procedura competitiva vale anche per pontile galleggiante e approdo turistico

Il Consiglio di Stato, sezione VI, nella pronuncia in argomento sottolinea l’obbligo della P.A. di indagare ufficialmente il mercato, prima di assegnare la struttura, al fine di individuare il soggetto che possa subentrare nella gestione della stessa a condizioni migliori di quelle offerte dal precedente concessionario.
Una società propone domanda al Comune al fine dell’ottenimento della concessione demaniale per la realizzazione di un approdo turistico. La concessione è intestata ad altra società che da tempo gestisce una struttura (qualificabile, parrebbe, quale punto di ormeggio, ma divenuta nel tempo approdo turistico) ma il titolo risulta prossimo alla scadenza.
E’ impugnato l’atto (rectius, gli atti, molteplici) con cui il Comune rinnova la concessione al concessionario uscente. Il TAR accoglie il ricorso, ma la sentenza è appellata.
Il Comune conduce i due procedimenti che risultano, in concreto, concomitanti; da un lato quello volto al perfezionarsi del rinnovo, dall’altro quello teso ad esaminare la domanda del “contendente”. Prima di concludere tale predetto secondo procedimento, il primo si conclude con il formale atto di rinnovo, assentito, ratione temporis, sino al 2015.
Il TAR Puglia, Lecce, sezione I, nella sentenza 546/2011 motiva l’accoglimento del ricorso avanzato dalla “contendente” tenuto conto, in primis, della circostanza che la struttura gestita dal concessionario doveva qualificarsi come approdo turistico, e non semplicemente come punto di ormeggio, con conseguente sussunzione alla disciplina del DPR 509/1997 ed applicazione del regime concorrenziale in sede di affidamento. La distinzione comporta l’impossibilità, secondo il giudice prime cure, di applicare il predetto art. 1 comma 18, che varrebbe soltanto per le strutture con finalità turistico ricreative, tra cui sono annoverabili i punti di ormeggio, ma non gli approdi (ed in generale la nautica da diporto).
In appello il concessionario (cui il titolo è stato rinnovato) deduce la cessata materia del contendere fondamentalmente per due ragioni:
La prima, la società concorrente intende realizzare un approdo mentre la struttura esistente è di tipo “inferiore”, trattandosi di un punto di ormeggio, dunque più “snella”, senza opere di difficile rimozione, e dunque l’operatore non sarebbe un reale “competitor”, interessandosi di ben altro segmento di mercato; non sarebbe pertanto sussistita alcuna valida ragione per esperire una selezione, considerate le diverse “aspettative” dei soggetti contendenti;
La seconda, la concessione di che trattasi risulterebbe soggetta al regime di proroga correttamente inteso dal Comune (che nelle more ha ulteriormente dilatato la durata del rapporto sino al 31.12.2020) di talché non vi sarebbe spazio per alcuna selezione; la proroga è concessa ex art. 1 comma 18 D.L. 194/2009, convertito con modifiche dalla L. 25/2010, e, successivamente, sulla base di quanto depositato agli atti in data 10.5.2017, con l’ulteriore novella ex art. 34 duodecies D.L. 179/2012 (introdotto in sede di conversione dalla L. 221/2012) sino al 2020;
Il Supremo Consesso respinge le censure mosse dalla ricorrente (concessionario) e conferma la sentenza gravata con motivazione, però, diversa.
Motivazione incentrata sull’impianto comunitario e la sentenza del 14 luglio 2016 (v. Avv. Morena Luchetti, Dossier plusplus24ore, agosto 2017, Diritto UE e Diritto interno. Vincoli e spazi di autonomia nelle concessioni demaniali, pag. 4 e ss.).
L’art. 1 comma 18, e le successive novelle, subirebbero, infatti, un brusco arresto, tenuto conto proprio della ridetta sentenza CGUE.
Il Consiglio di Stato sposta, così, l’attenzione sul procedimento condotto dalla P.A., e sulle conclusioni cui la stessa è pervenuta. Avrebbe, infatti, errato il Comune nel NON effettuare alcuna indagine di mercato – contrariamente a quanto “predicato” dalla sentenza europea e dai principi, granitici, dalla stessa tratti – per verificare la possibile gestione della struttura da parte di altro operatore a condizioni differenti. L’errore sarebbe scaturito non soltanto dalla circostanza per cui non è stata adeguatamente valutata la domanda del soggetto concorrente (il cui procedimento si è concluso con un atto finale contenente il “laconico” è oramai intervenuto il rinnovo della concessione scaduta) ma, soprattutto, dal fatto che in prossimità della scadenza della concessione l’Ente non si è attivato – come invero avrebbe dovuto fare – per approfondire ufficialmente l’esistenza sul mercato di eventuali soggetti capaci di condurre la gestione della struttura. E ciò a prescindere dalla domanda avanzata dal “competitor”.
L’avvio dell’indagine, in altri termini, è attività da esperirsi d’ufficio dall’Ente, e non imposta per sollecitazione “di parte”.
Aggiunge il Collegio che fuorviante è, poi, l’accostamento operato dal giudice prime cure riguardo la classificazione dell’approdo turistico e la sua eventuale assoggettabilità al regime di proroga.
Partendo dal dato fattuale secondo cui non è chiaro se, in concreto, la struttura si sia nel tempo “evoluta” divenendo un vero e proprio approdo – sebbene il dato sembrerebbe risultare chiaro dal sito della società, e dalla presenza di servizi accessori non “compatibili” con il mero punto di ormeggio – il Consiglio di Stato sancisce che anche per la tipologia dell’approdo turistico vale la proroga dapprima introdotta con l’art. 1 comma 18 e poi estesa con le ridette novelle successive. Non è condivisibile, quindi, l’assunto secondo il quale si riserverebbe solo al “punto di ormeggio” il beneficio dell’estensione, perché, come già lo stesso Giudice ha osservato (CdS, sezione VI, n. 2151 del 18 aprile 2013, “…il dato letterale del citato art. 1, comma 18, interpretabile alla luce dell’art. 2, d.P.R. 2 dicembre 1997 n. 509, include anche le più ampie strutture nell’ambito di quelle dedicate alla nautica da diporto […]”), anche gli approdi sono da includersi nelle concessioni prolungate al 2020.
E’ sottolineata, infine, la possibilità che sia il concessionario subentrante a indennizzare quello uscente per la parte di investimenti non ancora ammortizzati, da provarsi in via documentale in maniera compiuta (“… sarà agevole per l’ente locale – qualora si debba procedere alla selezione di un nuovo concessionario – disporre affinchè il subentrante si accolli, oltre agli oneri correnti di concessione, anche lo stock di quelli occorrenti a ristorare il concessionario uscente per la quota parte di suo capitale investito e non ancora remunerato”).

Di nuovo un “richiamo” forte alle procedure competitive, questa volta per la nautica da diporto, con la P.A. che è tenuta a rivolgersi al mercato, secondo quanto già espresso dalla sezione V nella sentenza 16 febbraio 2017 n. 688 (v. cit. Dossier, pag. 25).

Addebito della separazione al marito, anche per un solo episodio di percosse e lesioni alla moglie, da ritenersi di per sé fatto gravemente lesivo della dignità della persona umana (Sent. Trib. Macerata, n. 947/2017 pubbl. il 18/09/2017) – Letizia MURRI

Addebito della separazione al marito, anche per un solo episodio di percosse e lesioni alla moglie, da ritenersi di per sé fatto gravemente lesivo della dignità della persona umana (Sentenza del Tribunale di Macerata, n. 947/2017 pubbl. il 18/09/2017).

Interessante pronuncia del Tribunale di Macerata, in materia di separazione dei coniugi, in una situazione in cui le parti avevano formulato reciprocamente una richiesta di addebito della separazione.
Nella specie, in costanza di matrimonio, la signora S. era costretta a lasciare la casa coniugale, per un’aggressione violenta da parte del marito, Signor M., per il quale era dovuta ricorrere alle cure del Pronto Soccorso.
Fatto rientro a casa, trovava il portone chiuso dall’interno e il marito, replicandosi in un atteggiamento di sopraffazione nei confronti della moglie, le impediva di farvi rientro, nemmeno per recuperare gli effetti personali.
Da qui prendeva le mosse il procedimento di separazione giudiziale, con richiesta della donna di addebito della separazione al coniuge ex art. 151 comma 2 c.c.
Si costituiva in giudizio il Signor M., il quale chiedeva a sua volta l’addebito della separazione alla coniuge, per aver inspiegabilmente e improvvisamente abbandonato la dimora coniugale, lasciandolo in condizioni precarie. Chiedeva infatti anche l’attribuzione di un assegno mensile di mantenimento da porsi a carico della moglie.
Terminata l’istruttoria, nel corso della quale venivano escussi quali testimoni i figli maggiorenni della coppia, all’esito del giudizio il Tribunale di Macerata si è pronunciato per l’accoglimento della richiesta ex art. 151 comma 2 c.c. formulata dalla moglie ed il rigetto invece della stessa domanda di addebito avanzata dal marito. Conseguentemente veniva rigettata anche la richiesta di quest’ultimo al riconoscimento di un assegno mensile di mantenimento, con condanna a suo carico alla rifusione delle spese di lite ex art. 91 c.p.c..
Queste le principali argomentazioni (testualmente) a sostegno della decisione:
“la gravità della violenza posta in essere nei confronti della moglie, unitamente alla estrema rilevanza della successiva condotta di contrasto al rientro della donna in casa, rende piena contezza della sicura riconducibilità della fine dell’unione matrimoniale al comportamento del resistente, violento e prevaricatore nei confronti della moglie, tale da aver reso impossibile la prosecuzione della vita coniugale”.
“A tal riguardo, infatti, poco rilevante può ritenersi una eventuale (e non provata) preesistente condizione di disagio o di vera e propria crisi che può aver contraddistinto l’ultima fase dell’unione matrimoniale (potendo essersi trattato di condizione magari tollerata da entrambe le parti, come spesso accade), laddove come nel presente caso l’unione abbia in realtà trovato bruscamente termine nel comportamento violento dell’uno nei confronti dell’altra, a nulla rilevando l’episodicità del fatto violento, stante la sua inaudita gravità.”
“Anche un solo episodio di percosse e lesioni deve ritenersi di per sé fatto gravemente lesivo della dignità della persona umana, rappresentando comportamento che costituisce affermazione della supremazia di una persona sull’altra e disconoscimento della parità della dignità di ogni soggetto, principio quest’ultimo che sta invece alla base di tutti i diritti fondamentali considerati dalla Costituzione (così: Cass. Civ. 817/11).”

Conforta apprendere che il Tribunale di Macerata, coerentemente ad una prassi giurisprudenziale di legittimità e di merito, abbia attribuito alle violenze domestiche, pur se uniche o episodiche, la valenza di comportamenti di per sé idonei a sconvolgere definitivamente l’equilibrio relazionale della coppia e a costituire giusto motivo di addebito della separazione. Ciò superando analisi troppo rigorose in ordine alla preesistenza di una condizione di disagio o di crisi dell’unione matrimoniale. In queste ipotesi, appare quindi stemperata l’interpretazione giurisprudenziale che in materia di addebitabilità della separazione esige, anche a livello probatorio, la dimostrazione che il comportamento contrario ai doveri coniugali sia stato causa determinante la crisi familiare.
Si cita una recentissima pronuncia della Cassazione Civile, Sez. I, la n. 22689/17, pubblicata appena qualche giorno fa (28 settembre u.s.) che, nel riaffermare il principio in base al quale basta un solo episodio di percosse per far scattare l’addebito della separazione, enuncia altresì l’esonero del giudice da una analisi comparativa degli atti di violenza con gli eventuali comportamenti contrari ai doveri coniugali di chi li ha subiti, a meno che non si tratti di comportamenti omogenei per gravità.

 

Avv. Letizia Murri

In nome della sostenibilità economica la Consulta ratifica una sorta di franchigia sui danni di lieve entità (Corte Cost. ord. 21.10.2015, n. 242) – Paolo M. STORANI

E dopo la sentenza n. 235 del 2014 con cui sono state approvate le tabelle di legge per i danni non patrimoniali arrivò anche l’ordinanza costituzionale con cui la Consulta, con provvedimento del 21 ottobre 2015, ordinanza n. 242, ha sancito la costituzionalità della franchigia introdotta dall’art. 32 della Legge n. 27 del 2012.

Era stata l’ordinanza di rimessione del Giudice di Pace di Reggio Emilia a sospettare d’incostituzionalità la norma che integra l’art. 139 del Codice delle Assicurazioni Private.

Con tale combinato disposto si stabilisce che le lesioni di lieve entità non suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo non possono dar luogo al risarcimento di un danno biologico permanente.

Nel contempo, con una tecnica legislativa quanto meno discutibile, si preclude la refusione della lesione alla persona che con il riscontro medico legale non si sia in grado di accertare visivamente o strumentalmente.

Non resta che invocare un nuovo intervento del legislatore per rendere il sistema più coerente con il catalogo che le Sezioni Unite della Corte di Cassazione scolpirono nelle quattro sentenze dell’11 novembre 2008, n. 26972 e seguenti.