Charlie Hebdo: quali limiti alla satira?

di Paolo M. Storani – Dopo la tragedia sisma-valanga dell’Hotel Rigopiano ancora una vignetta di Charlie Hebdo: restano attuali le considerazioni di Gino Arnone.

“… Col che possiamo evidenziare come la forte, cinica e sprezzante connotazione connessa alla vignetta induce a riflettere sui limiti della satira quale paradigma estremo della libertà di espressione e vessillo dietro al quale il periodico francese ha nel tempo giustificato tutte le proprie iniziative.

I limiti come noto sono estremamente ampi, non di meno l’iniziativa di Charlie Hebdo porta a chiedersi se nel caso di specie vi sia stato un superamento del perimetro di liceità dell’esercizio del diritto di satira, come sembrerebbe testimoniare una prima ma ragionata esegesi delle prassi giurisprudenziali.

Il diritto di satira non è infatti contemplato nell’ordinamento italiano – che invece prevede e tutela il diritto di cronaca e di critica – e pertanto occorre riferirsi prevalentemente ai precedenti giurisprudenziali al fine di evidenziare in quale maniera il precitato confine è stato tratteggiato in concreto.

A livello nozionistico possiamo definire la satira come una artificiosa e grossolana alterazione del vero con finalità di paradosso o ilarità.

In questo senso la caratteristica precipua della satira diventa l’espressione di un giudizio ironico, mediante l’utilizzo del paradosso appunto e della metafora surreale.

Perché la satira possa ritenersi integrata (e si possa, quindi, discutere in merito alla sussistenza dei suoi requisiti), è necessario che i fatti siano narrati in modo chiaramente difforme dalla realtà, diversamente la satira sfugge al limite della correttezza e della continenza delle espressioni o delle immagini utilizzate, rappresentando comunque una forma di critica caratterizzata dal carattere corrosivo dei particolari mezzi espressivi.

Beninteso, venendo al caso concreto che tanto scalpore ha generato e sta generando, non paiono di poco momento le lezioni impartite dai giudici di legittimità, secondo i quali nessuna scriminante può ammettersi allorchè la satira diventi forma pura di dileggio, disprezzo, distruzione della dignità della persona (Cass. 24 marzo 2015, n. 5851), ovvero quando comporta l’impiego di espressioni gratuite, volgari, umilianti o dileggianti, non necessarie all’esercizio del diritto (Cass. 11 settembre 2014, n. 19178), comportanti accostamenti volgari o ripugnanti o tali da comportare la deformazione dell’immagine pubblica del soggetto bersaglio e da suscitare il disprezzo della persona o il ludibrio della sua immagine pubblica (Cass., ord. 17 settembre 2013, n. 21235).

Come a dire che la satira (non) è sempre satira, dovendosi invece operare caso per caso un procedimento selettivo al fine di identificare se dall’esercizio del diritto di satira non si finisca per ledere illecitamente altri diritti con le conseguenze risarcitorie inevitabilmente connesse.”

Autore: Gino M.D. Arnone, fonte Il danno alla persona www.ildannoallapersona.it del 6 settembre 2016, titolo originale “Charlie Hebdo: quali i limiti della satira”.

Nel novero della giurisprudenza con cui l’Avv. Arnone ha corredato l’articolo tengo a sottolineare, in particolare, il passo riportato alla settima cartella in cui l’Estensore della pronuncia della Cass., Sez. III, 24 marzo 2015, n. 5851, l’insigne giurista Giovanni Battista Petti, arriva a parlare di “distruzione della dignità della persona” quando la satira si traduce in pura forma di dileggio e di disprezzo.

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