GUIDA IN STATO DI EBBREZZA ed ETILOMETRO (Trib. Fermo, 7-1-2016, Giud. Domenico POTETTI)

L’inedita pronuncia che la Rivista di Diritto Maceratese pubblica oggi proviene dal Tribunale Penale di Fermo e ne è estensore il Dott. Domenico Potetti, affronta le criticità che promanano dalle scelte del legislatore in tema di alcoltest.

Buona lettura!

TRIBUNALE DI FERMO, Ufficio GIP / GUP, 7 gennaio 2016, Giudice Domenico Potetti, imp. X.

E’ erroneo ritenere che il concetto di ebbrezza, valido ai fini dell’art. 186 del C.d.S., abbia un contenuto naturalistico, e quindi consista nella presenza effettiva di alcol nel sangue nelle quantità precise previste dal comma 2 dell’art. 186 cit., perché invece il legislatore ha adottato un concetto puramente normativo e formale dell’ebbrezza, la quale deriva da una presunzione assoluta (che rende inutili le contestazioni sulla precisione dello strumento conforme alla normativa di settore), fondata sulle misurazioni effettuate tramite “etilometro”.

Come risulta dall’impiego (nel comma 9 bis dell’art. 186 C.d.S.) della voce verbale “può”, l’applicazione della pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità non costituisce oggetto di un diritto dell’imputato, ma è disposta discrezionalmente dal giudice sulla base di una valutazione di meritevolezza che ha quali parametri i criteri enunciati dall’art. 133 c.p. (così come, del resto, è espressamente stabilito dall’art. 58 l. n. 689-81), oltre che sulla base di una prognosi di positivo svolgimento del lavoro.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Si provvedeva a costituire il rapporto processuale.

Veniva richiesto e disposto il giudizio abbreviato (incondizionato, tempestivamente e regolarmente richiesto con l’opposizione a decreto penale).

All’esito del rito le parti concludevano come segue (in sintesi):

– il Pubblico Ministero chiede: condannarsi l’imputato come da decreto penale.

– la Difesa chiede: la riqualificazione del reato sub art. 186, secondo comma, lett. B) del C.d.S., e applicarsi quindi il minimo della pena, con conversione di essa nei lavori di pubblica utilità; in subordine applicarsi il minimo della pena con conversione della stessa in lavori di pubblica utilità.

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1) Il fatto in sintesi.

Alle ore 2.45 circa del giorno 13 giugno 2015, una pattuglia del NOR, aliquota radiomobile, della Compagnia carabinieri di Fermo, procedeva al controllo di un’autovettura Fiat Punto, condotta dall’imputato, ma di proprietà di …

Nel corso del controllo, poiché l’imputato evidenziava sintomi propri dello stato di ebbrezza alcolica (come alito vinoso, disarmonia dei movimenti, esito positivo al precursore Alcoblow), con il suo consenso, l’imputato stesso veniva sottoposto ad accertamento alcolemico mediante utilizzo dello strumento “etilometro”.

Nelle due verifiche, intervallate di oltre cinque minuti, il tasso alcolemico dell’imputato veniva quantificato, in entrambe le prove, nella misura di 1,54 g/l.

2) Questione di responsabilità: in generale.

Esiste la piena prova del reato contestato, fornita dagli esiti del controllo tramite etilometro, come sopra esposto.

Pare ineccepibile, a tale proposito, la tesi secondo la quale gli esami previsti dai commi 4 e 5 dell’art. 186 c. strad. (accertamento con etilometro, esami clinici presso le strutture sanitarie), effettuati per controllare il tasso di alcool nel sangue del conducente, vanno qualificati come atti di polizia giudiziaria urgenti ed indifferibili, ai sensi dell’art. 354, comma 3, c.p.p. (in tal senso v. Cass., Sez. IV, 8 maggio 2007, in C.E.D. Cass., n. 236933; Sez. IV, 22 aprile 2004, ivi, n. 228958; Sez. VI, 6 maggio 2003, ivi, n. 227420).

Prevede infatti tale disposizione che, se ricorrono i presupposti previsti dal comma 2 precedente (pericolo di alterazione, dispersione o comunque di modificazione delle tracce del reato, in mancanza dell’intervento del pubblico ministero), gli ufficiali di polizia giudiziaria (anche gli agenti nei casi di particolare necessità e urgenza: v. art. 113 att. c.p.p.) compiono i necessari accertamenti e rilievi sulle persone diversi dalla ispezione personale.

3) segue: critica circa l’affidamento nel risultato numerico del c. d. “etilometro”.

Mentre riguardo al fatto storico di cui all’imputazione ben poco vi è da dire, la questione essenziale del processo è data dall’affidabilità in generale dello strumento cosiddetto dell’etilometro (la difesa ha chiesto derubricarsi l’imputazione sub lett. B) dell’art. 186, comma 2, del C.d.S.).

La questione è ancora più pertinente, dato che i valori alcolemici di cui all’imputazione superano di poco la soglia che divide la lett. B) dalla lett. C) dell’art. 186 cit., comma 2.

Questo giudicante è a conoscenza di una autorevole dottrina che ha contestato l’affidabilità di questo mezzo tecnico di accertamento dell’ebbrezza.

Si è infatti rimarcato che la corrispondenza tra la concentrazione di alcool presente nel sangue e quella presente nel campione di aria espirata si calcola attraverso l’applicazione di un rapporto di conversione standard, che oscilla tra 2.100 e 2.300.

II rapporto indica che in un ml di sangue è contenuto lo stesso alcool di 2,1 litri di aria espirata a 34° C.

Tale rapporto di conversione, anche se generalmente applicato, viene messo in dubbio da più di un esperto, quanto al suo valore numerico.

In Italia il d.m. 22 maggio 1990, n. 196, che introduce gli etilometri come strumenti di misurazione del tasso alcoolemico attraverso l’aria espirata, utilizza un “fattore convenzionale” di trasformazione di 2.300, ossia un rapporto di 1:2300.

Prosegue questa dottrina nell’osservare che il rapporto di conversione standard (tra 2.100 e 2.300) costituisce però un parametro che non considera tutte le variabili fisiche, tecniche e fisiopatologiche individuali che possono incidere sul risultato dell’analisi, e di conseguenza sull’esattezza dell’accertamento.

Si rileva dall’autorevole dottrina in esame che vari fattori possono incidere sui parametri farmacocinetici e farmacodinamici dell’etanolo, tra cui il sesso, il patrimonio genetico dell’assuntore, l’induzione degli enzimi metabolici in funzione dell’utilizzo abituale o saltuario, ecc. .

Da ciò la critica secondo la quale l’aver standardizzato il rapporto di conversione, applicandolo ad ogni soggetto (a prescindere dalle caratteristiche individuali e dalle possibili variabili soggettive) non appare probabilmente in linea con i limiti (necessariamente tassativi, trattandosi di norme penali) indicati dal legislatore in tema di guida in stato di ebbrezza da ingestione di sostanze alcoliche.

Così, in sintesi, si esprime la dottrina in questione.

4) segue: la soluzione.

Allo stato, salvo ulteriori approfondimenti soprattutto alla luce dell’eventuale ulteriore giurisprudenza di legittimità, questo giudicante ritiene che la critica suddetta allo strumento tecnico dell’etilometro non coglie nel segno.

L’errore di fondo di tale impostazione sta nel ritenere che il concetto di ebbrezza, valido ai fini dell’art. 186 del C.d.S., abbia necessariamente un contenuto naturalistico, e quindi consista esclusivamente nella presenza di alcol nel sangue, nelle quantità previste dal comma secondo della disposizione incriminatrice suddetta.

In altre parole, secondo questa impostazione, l’ebbrezza potrà ritenersi esistente solo se effettivamente il tasso di alcol nel sangue abbia raggiunto i livelli differenziati previsti dal comma secondo dell’art. 186 CdS.

Al contrario, pare allo scrivente che il legislatore abbia adottato un concetto di ebbrezza non in senso naturalistico, come sopra inteso, ma abbia invece adottato un concetto puramente normativo e formale dell’ebbrezza.

Per convincersene basta analizzare i commi 4 e 6 dell’art. 186 in esame.

Il comma 4 dell’art. 186 C.d.S. prevede che, quando gli accertamenti qualitativi di cui al comma 3 precedente hanno dato esito positivo, in ogni caso d’incidente ovvero quando si abbia altrimenti motivo di ritenere che il conducente del veicolo si trovi in stato di alterazione psicofisica derivante dall’influenza dell’alcool, gli organi di Polizia stradale di cui all’art. 12, commi 1 e 2, anche accompagnandolo presso il più vicino ufficio o comando, hanno la facoltà di effettuare l’accertamento con strumenti e procedure determinati dal regolamento.

E’ quindi evidente che è lo stesso legislatore a legittimare l’uso dello strumento individuato dal regolamento, e a ricavare da questo strumento lo stato di ebbrezza.

Infatti, il successivo comma 6 prevede che, qualora dall’accertamento di cui ai commi 4 (o 5) risulti un valore corrispondente ad un tasso alcoolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), l’interessato è considerato in stato di ebbrezza ai fini dell’applicazione delle sanzioni di cui al comma 2.

Come si vede, quindi, il comma sei rende del tutto superfluo dissertare sul concreto quantitativo di alcol nel sangue, perché lo stesso comma sei pone una presunzione assoluta di ebbrezza (“è considerato”) derivante dall’esito dell’accertamento secondo le forme previste dal regolamento.

Detto in altri termini, ad integrare l’elemento oggettivo del reato di guida in stato di ebbrezza non interviene necessariamente la presenza di alcol nel sangue nei quantitativi precisi previsti dal comma secondo dell’art. 186 C.d.S. (dato reale e fenomenico), potendo invece l’elemento oggettivo del reato essere integrato mediante il mero risultato prodotto dallo strumento di misurazione previsto dal regolamento (dato formale).

Del resto è il legislatore a descrivere le fattispecie astratte di reato, ivi compreso il loro elemento oggettivo, nel quale (nel nostro caso) ha inserito semplicemente l’esito di una misurazione mediante uno strumento rimesso al regolamento, sulla cui base ha costruito una presunzione assoluta di ebbrezza (a prescindere, naturalmente, dal merito di politica legislativa, condivisibile o meno che sia).

Giova anche osservare che l’art. 186, comma 2, CdS, prevede reati contravvenzionali, per i quali quindi rileva anche l’elemento colposo (art. 42, u. c. c.p.).

Nel caso che ci occupa, la colpa (art. 43 c.p.) prende la forma dell’imprudenza, consistente nel porsi alla guida del veicolo pur avendo ingerito bevande alcoliche; ed è proprio questo elemento soggettivo a giustificare (anche dal punto di vista costituzionale (art. 27, comma 1, Cost.) la presunzione assoluta di cui si è detto.

Nella sostanza, quindi, appare condivisibile il principio affermato dalla Cassazione, secondo la quale in tema di circolazione stradale, il superamento delle soglie del tasso alcolemico, rilevante ai fini della valutazione del disvalore del fatto, integra una presunzione assoluta di stato di ebbrezza che non ammette prova contraria, considerato che la contravvenzione di guida in stato di ebbrezza ha natura di reato ostativo rispetto a più gravi delitti contro l’integrità fisica e la vita della persona umana che lo stato di ebbrezza agevola nella sua consumazione (v. Cass., n. 18044/2014, depositata nel 2015).

5) Trattamento sanzionatorio.

Venendo alla determinazione del trattamento sanzionatorio da riservarsi all’imputato, considerata la sua giovane età e la sua incensuratezza, pena base viene fissata in quella di mesi sei di arresto ed € 1.500,00 di ammenda, aumentata a mesi sei di arresto ed € 2.100,00 di ammenda in ragione dell’aggravante di cui al comma due sexies dell’art. 186 del codice della strada.

L’imputato appare altresì meritevole delle attenuanti generiche (art. 62 bis c.p.), ancora in ragione della giovane età e dell’incensuratezza, riducendosi così la pena a quella di mesi quattro di arresto ed € 1.500,00 di ammenda.

In virtù della diminuente del rito, la pena viene ulteriormente diminuita fino alla misura finale di mesi due e giorni 20 (venti) di arresto ed € 1.000,00 (mille) di ammenda.

Non potendosi valutare ulteriormente gli stessi elementi già posti a giustificazione della pena base e delle attenuanti generiche, non si ritiene di concedere la sostituzione della pena in quella del lavoro di pubblica utilità, come previsto dal comma 9 bis dell’art. 186 C.d.S. .

Non si ravvisano, infatti, ulteriori motivi per mitigare ulteriormente il trattamento sanzionatorio.

Del resto, è stato autorevolmente stabilito che (v. C. cost., n. 43 / 2013) il ruolo che il lavoro di pubblica utilità è chiamato ad assolvere nell’ambito dell’art. 186 C.d.S. è quello di pena sostitutiva.

Analogamente a quanto avviene per le sanzioni sostitutive previste dagli artt. 53 e seguenti della l. n. 689-81, e per quella stessa del lavoro di pubblica utilità, prevista in rapporto a taluni reati in materia di stupefacenti dall’art. 73, co. 5 bis, del d.P.R. n. 309-90, il potere di sostituzione rientra nel più generale potere discrezionale di determinazione della pena in concreto per il fatto oggetto di giudizio, spettante al giudice che pronuncia il decreto penale o la sentenza di condanna.

Come risulta dall’impiego (nel comma 9 bis cit.) della voce verbale “può”, l’applicazione della pena sostitutiva in questione non costituisce oggetto di un diritto dell’imputato, ma è disposta discrezionalmente dal giudice sulla base di una valutazione di meritevolezza che ha quali parametri i criteri enunciati dall’art. 133 c.p., così come, del resto, è espressamente stabilito dall’art. 58 l. n. 689-81, oltre che sulla base di una prognosi di positivo svolgimento del lavoro.

La giovane età e l’incensuratezza consentono comunque all’imputato di godere della sospensione condizionale della pena, nonché della determinazione nella misura minima (considerato che il veicolo apparteneva ad altri) della sanzione amministrativa accessoria consistente nella sospensione della patente di guida.

La condanna al pagamento delle spese processuali consegue all’affermazione di responsabilità.

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