IL DOLO EVENTUALE NON E’ CONFIGURABILE IN CASO DI DELITTO TENTATO (Trib. Macerata, Sez. GIP/GUP, 16.9.15, Giud. Domenico POTETTI)

La Rivista di Diritto Maceratese pubblica una pronuncia inedita e recentissima del Dott. Domenico Potetti, che ringraziamo vivamente per la collaborazione; ai fini dell’accertamento del dolo eventuale si richiama all’attenzione dei lettori la fondamentale Cass., Sez. U. Pen., n. 38343 del 24 aprile 2014, Pres. Santacroce, Rel. Blaiotta, depositata il 18 settembre 2014, relativa alla Thyssenkrupp Acciai Speciali Terni S.p.A., menzionata nel provvedimento.

Buona lettura!

 

TRIBUNALE DI MACERATA, Sezione GIP / GUP, 16 settembre 2015, Giudice Domenico Potetti, imp. X.

In tema di elemento soggettivo del reato, il dolo eventuale (secondo la sua accezione tradizionale) non è configurabile nel caso di delitto tentato, poiché, quando l’evento voluto non sia comunque realizzato, la valutazione del dolo deve avere luogo esclusivamente sulla base dell’effettivo volere dell’autore, ossia della volontà univocamente orientata alla consumazione del reato, senza possibilità di utilizzare gradate accettazioni del rischio, consentite soltanto in caso di evento materialmente verificatosi.

Dopo la sentenza delle Sezioni unite penali, n. 38343 del 2014, ai fini dell’esistenza del dolo eventuale non è più sufficiente l’accettazione del rischio del verificarsi dell’evento, risultando invece dirimente un atteggiamento psichico che indichi una consapevole adesione all’evento stesso per il caso che esso si verifichi quale conseguenza non direttamente voluta della propria condotta; un’adesione che consenta di scorgervi un atteggiamento ragionevolmente assimilabile alla volontà, sebbene da essa distinto (nella concreta fattispecie il giudice escludeva l’esistenza anche del dolo eventuale perché, pur ritenendo che vi fosse stata quell’accettazione del rischio, non ravvisava elementi per affermare siffatta adesione psichica all’evento).^^^°°°

Omissis.

1) I fatti in sintesi.

Gli elementi essenziali della vicenda si evincono complessivamente dal verbale di fermo e dall’annotazione successiva della PG datata 29 dicembre 2014, oltre che dalla annotazione della Polizia Urbana in atti.

Per la comprensione della dinamica dei fatti, v. anche la preziosa planimetria redatta dalla Polizia di Stato.

Dunque, alle ore 15.45 del 19 dicembre 2014 giungeva una telefonata presso la Sala Operativa del Commissariato di PS di Civitanova Marche da parte di un cittadino che segnalava la presenza di un’autovettura sospetta che era stata da lui individuata in quella via Caracciolo.

Si trattava in particolare dell’autovettura … risultata poi essere di proprietà di …, il quale ne aveva denunciato il furto il ….

Sul posto si recava alle ore 16.20 personale di quell’Ufficio Anticrimine che notava sopraggiungere un’autovettura Opel Corsa, di colore nero, dalla quale scendeva un uomo che frettolosamente saliva sull’autovettura segnalata, mentre l’autovettura OPEL Corsa, con altri due uomini dell’apparente età di circa 20-30 anni, di carnagione chiara (uno di corporatura esile, con capelli neri corti rasati ai lati, viso magro squadrato) si allontanava subito per le vie limitrofe.

Il personale Anticrimine … immediatamente scendeva dall’autovettura di servizio portandosi repentinamente davanti l’auto oggetto di furto.

Più precisamente, … (conducente dell’autovettura di servizio) si portava al centro della carreggiata, parcheggiando la vettura di traverso, in modo da ostruire il passaggio.

Gli operatori, mostrando (il …) al soggetto la paletta segnaletica di servizio, nonché la tessera di riconoscimento della Polizia di Stato (il …), urlavano al medesimo la propria appartenenza alla Polizia di Stato, intimandogli di scendere dall’autovettura.

L’uomo, per tutta risposta, metteva in moto l’autovettura, partiva con il massimo dell’accelerazione, “sgommava” a terra, e si dirigeva verso … e, nel tentativo di investirlo in pieno, lo colpiva al ginocchio e alla spalla sinistra, dato che il medesimo aveva cercato di schivarlo gettandosi a terra.

Per tale motivo … riportava lesioni personali che venivano successivamente medicate al Pronto Soccorso dell’Ospedale Generale di zona, con prognosi di giorni 15 e diagnosi di: “contusioni multiple con limitazione funzionale della spalla sinistra e rachide cervicale – lombare”.

L’autovettura oggetto di furto, dopo aver travolto il …, tentava di continuare la fuga senza fermarsi, dirigendosi verso l’autovettura di servizio con colori di serie, RENAULT Kangoo, parcheggiata di traverso in modo da ostruire il passaggio, colpendo e danneggiando in modo visibile lo sportello anteriore lato passeggero, che era rimasto aperto.

Specifica la PG che l’auto di servizio, di grandi dimensioni (Renault Kangoo monovolume tipo furgone), così posta, e con lo sportello anteriore aperto, non permetteva in alcun modo il suo superamento, per cui la manovra (osserva la PG) era finalizzata unicamente all’investimento e allo schiacciamento dei pubblici ufficiali contro il loro menzionato mezzo di servizio.

Dopo l’impatto il conducente (resosi conto che la carreggiata era occupata parzialmente dall’auto di servizio, e quindi di non poter continuare la fuga) inseriva la retromarcia, percorrendo circa 15 metri, per poi inserire nuovamente la marcia avanti e sgommando, con forte accelerazione, si dirigeva nuovamente verso i due poliziotti tentando ancora di investirli.

Questi ultimi, si trovavano ad una distanza di qualche metro l’uno dall’altro e tentavano nuovamente di mettersi in salvo, schivando l’autovettura condotta dall’imputato.

Nell’occasione …, che l’aveva evitata per primo, nel notare che l’uomo stava investendo …, esplodeva un colpo d’arma da fuoco con la sua pistola d’ordinanza, in direzione della ruota posteriore sinistra, al fine di deviarne o fermarne la corsa, in modo da evitare così l’investimento del suo collega.

Immediatamente dopo l’esplosione del colpo di pistola, l’auto continuava la marcia, salendo con le ruote del lato sinistro sul marciapiede e nel contempo, con scatto repentino, … riusciva ad evitare di essere investito.

Sfruttando quindi lo spazio del marciapiede e quello ormai libero dall’ingombro della portiera dell’auto della polizia che si era chiusa a seguito del primo impatto, l’auto oggetto di furto guadagnava in questo modo la fuga, percorrendo via Quattro Marine, in direzione di via Cristoforo Colombo, inseguita sia dalla pattuglia anticrimine che dalla pattuglia della Volante che nel frattempo era giunta in soccorso.

Le due pattuglie allertavano la Sala Operativa, informandola di quanto stava accadendo.

A tal punto, giunta all’intersezione con via C. Colombo, non rispettando il segnale verticale ed orizzontale di stop (e procedendo contromano: v. relazione della Polizia Municipale), l’autovettura in fuga si portava ad alta velocità fino al centro dell’incrocio girando verso nord, andando a collidere violentemente con altra autovettura (…), condotta da …, che stava regolarmente giungendo da nord con direzione sud.

L’impatto fra le due auto risultava frontale e violentissimo, motivo per il quale il conducente della FIAT Bravo riportava gravi lesioni e veniva prima soccorso …, e poi trasportato con codice rosso presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale Generale di zona da una ambulanza sopraggiunta.

In tale contesto il conducente dell’AUDI A3 rubata, si dava invece alla fuga, scavalcando la linea ferroviaria per dirigersi sulla spiaggia, rincorso da ….

Dopo aver percorso circa 500 metri di spiaggia, si portava nuovamente verso la linea ferroviaria, scavalcandola per poi attraversare via C. Colombo ed imboccare via Matteo Ricci, sempre inseguito a vista da….

L’uomo si dirigeva poi in via Marinai d’Italia, dove gli veniva intimato per l’ennesima volta di fermarsi da…, il quale esplodeva in aria un colpo di pistola a scopo intimidatorio.

L’uomo a tal punto, inseguito a piedi anche da personale della Squadra Volante, e da …, trovatosi per caso sul posto, si introduceva nelle appartenenze di almeno tre abitazioni, scavalcano le recinzioni.

In una di queste, in via Barbarigo, si arrampicava sopra una tettoia in plastica che crollava, danneggiandosi vistosamente.

A tal punto il fuggitivo veniva raggiunto da tutto il citato personale di Polizia che tentava di bloccarlo, ma lo stesso opponeva resistenza e violenza, sferrando calci e pugni agli operatori, e in particolare colpendo … alla schiena e alle gambe.

Quest’ultimo per tale motivo doveva ricorrere alle cure dei sanitari di turno del Pronto Soccorso, i quali gli diagnosticavano “trauma contusivo della regione lombare ed ecchimosi del bicipite femorale dx” (veniva giudicato guaribile in gg. 7 s.c.).

Il fuggitivo, finalmente bloccato, veniva identificato per …, asseritamente residente a …, di fatto in Italia senza fissa dimora.

Lo stesso veniva tratto in stato di fermo di P.G. e veniva anche fatto visitare dal personale del “118”, che rilasciava referto medico, consigliando un successivo controllo radiografico.

Detto controllo veniva effettuato alle ore 22.00 circa a mezzo di accompagnamento con ambulanza presso il Pronto Soccorso, con adeguata scorta del personale dipendente.

A seguito del controllo emergeva la seguente diagnosi: “policontuso, incidente stradale e da caduta, bronchite acuta”; veniva giudicato guaribile in giorni sette s.c.

Subito dopo i fatti sul luogo dell’incidente si portava personale della locale Polizia Municipale per i rilievi del caso (la quale accertava, fra l’altro, che l’imputato era munito di patente …), nonché personale della Polizia Scientifica per i rilievi di competenza.

A carico del … veniva contestualmente operata anche una perquisizione da parte del personale dipendente, che veniva estesa sull’auto incidentata AUDI A3, oggetto di furto, condotta dall’arrestato.

La perquisizione personale dava modo di rinvenire il seguente materiale:

– n. 1 telefono cellulare….

La perquisizione sull’autovettura Audi, modello A3 … dava modo di rinvenire il seguente materiale: …

Tutto il materiale di cui sopra veniva posto in sequestro ex art. 354 c.p.p., unitamente all’autovettura usata per la fuga.

L’imputato risultava non possedere alcun titolo per il soggiorno sul territorio nazionale, e risultava essere senza fissa dimora.

Ovviamente l’imputato era in possesso delle chiavi di accensione dell’automobile oggetto di furto.

2) La versione difensiva.

In udienza di convalida del fermo l’imputato riferiva che nell’occasione de qua si trovava da solo, e di non aver notato l’Opel Corsa descritta in atti.

Riferiva che le chiavi della Audi A 3 gli erano state date qualche ora prima da tale …, a seguito di prestito della stessa Audi per andare in …; che appena partito alla guida dell’Audi una vettura gli aveva sbarrato la strada; era sceso e alcune persone armate gli avevano urlato “fermo bastardo”.

Non aveva visto palette o distintivi della Polizia.

Spaventato, aveva tentato la fuga, ma senza toccare la vettura che si era messa per traverso.

Aveva sentito degli spari, e avevano colpito le gomme.

Negava di aver tentato di investire gli operatori, di avere fatto retromarcia, e negava di avere opposto alcuna resistenza.

3) La questione di responsabilità penale.

3.1 Alcune (la maggior parte, quantitativamente) questioni evocate dall’imputazione sono di facile soluzione.

Appare evidente l’improcedibilità per il reato di cui all’art. 590 c.p., per mancanza di querela, così come l’infondatezza del capo G), posto che l’imputato era munito di patente di guida in corso di validità.

Palese è invece la responsabilità penale in ordine al delitto di cui all’art. 648 c.p., posto che l’imputato è stato colto nel possesso della Audi A3, risultata oggetto di furto, per dichiarazione della persona offesa.

Il reato di resistenza ex art. 337 c.p., quello di lesioni, e quello di danneggiamento rappresentano dati oggettivi del processo, come sopra si è visto.

3.2 A ben vedere la questione centrale del processo, degna effettivamente di maggiore considerazione, attiene alla possibilità di affermare la responsabilità penale dell’imputato per il delitto di tentato omicidio.

Tuttavia, ad avviso di questo giudicante, la questione, già ad un primo approfondimento, si rivela piuttosto semplice sia, per quanto riguarda il profilo di fatto che per quanto riguarda quello di diritto.

Si confronti la narrazione dei fatti sopra esposta con lo stato dei luoghi, delle cose e delle persone rappresentato nella planimetria redatta dalla stessa Polizia di Stato e acquisita in atti.

Inevitabilmente, la narrazione di fatto offerta dalla polizia giudiziaria porta con sé una parte di interpretazione (più che di esposizione) del fatto stesso.

È evidente che vi sia una notevole componente valutativa e interpretativa nella parte in cui si attribuisce all’imputato il tentativo (in senso atecnico) di investire gli operatori.

In altre parole, quando si dice che l’imputato puntava gli operatori per investirli, in realtà non si riferisce semplicemente un fatto, ma si attribuisce all’imputato la volontà di investire.

Una volta depurata la narrazione da questi aspetti interpretativi e valutativi, resta il fatto che l’imputato (non essendovi il benché minimo motivo per dubitare in punto di fatto della narrazione stessa offerta dalla polizia giudiziaria) indirizzò la marcia della vettura da lui condotta nella direzione degli operatori.

Questi ultimi fortunatamente riuscirono a schivare la vettura, tanto che l’inseguimento poté proseguire e concludersi felicemente, anche con l’aiuto di ulteriore personale operante.

Questo essendo il mero ed essenziale fatto storico, si deve ragionevolmente affermare la proposizione secondo la quale l’imputato certamente non aveva, quale fine della sua condotta, quello di uccidere gli operatori.

A tale conclusione si perviene facilmente poiché, in quella condizione compromettente (egli si trovava in possesso di una autovettura rubata) l’imputato aveva (ragionevolmente opinando) l’unico scopo di fuggire per sottrarsi alle sue responsabilità.

Nessun ragionevole movente si intravede, il quale consenta di affermare che lo scopo della condotta sia stato quello di uccidere gli operatori (all’imputato interessava fuggire, e non certo ulteriormente caricarsi di un così grave delitto).

Concludendo in punto di fatto: l’imputato diresse la sua marcia contro gli operatori, ma allo scopo di imboccare il varco che gli avrebbe consentito la fuga.

3.3 Peraltro, quest’ultimo assunto consente semplicemente di escludere che nel caso di specie ricorra quel particolare tipo di dolo che è il dolo intenzionale, il quale, com’è noto, si ravvisa nel caso in cui l’evento rappresenta il fine perseguito dall’agente.

Ma ciò non giova di per se all’imputato, il quale dovrebbe essere ugualmente condannato per tentato omicidio anche nel caso in cui egli versasse in dolo diretto il quale, com’è noto, consiste in quella forma di dolo nella quale l’evento, pur non rappresentando il fine della condotta, tuttavia viene previsto (elemento rappresentativo del dolo) come certo o comunque altamente probabile risultato della condotta.

La questione se nel caso di specie possa essere affermata l’esistenza del dolo diretto (quantomeno come rappresentazione dell’evento in termini di alta probabilità) è di difficilissima soluzione, nel momento in cui l’interprete voglia arrivare ad una verità storica, anziché meramente processuale.

Essendo infatti il dolo uno stato puramente soggettivo, esso può essere accertato o smentito solo in via induttiva, traendolo da indizi esteriori che sia possibile cogliere nella realtà fenomenica.

La questione invece diventa molto facile da risolvere quando (come il giudice deve fare) l’interprete persegua semplicemente la verità processuale.

Infatti, l’insufficienza o la contraddittorietà della prova si risolve ovviamente a favore dell’imputato, per la nota presunzione costituzionale di innocenza (art. 27 Cost.).

Orbene, nessun elemento del processo, ad avviso di questo giudicante, consente di affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio (art. 533 c.p.p.), che l’imputato si fosse rappresentata come certa, o comunque altamente probabile, la morte degli operatori.

Come si coglie facilmente dalla visione della planimetria redatta dalla Polizia di Stato, l’imputato vedeva semplicemente un varco tra l’auto di servizio degli operatori e il cordolo del marciapiede posto di fronte al civico n. 22.

Nella concitazione e nella paura di quel momento, egli evidentemente voleva semplicemente passare attraverso quel varco.

Nulla autorizza ritenere che egli si fosse rappresentata la morte degli operatori come un evento altamente probabile.

Anzi, l’ipotesi più attendibile è che il medesimo si sia rappresentato quello che poi è effettivamente avvenuto, e cioè che gli operatori si siano semplicemente tolti dal suo tragitto, schivando l’autovettura in fuga.

Insomma: non si riesce a trarre dagli atti la prova né del dolo intenzionale, né di quello diretto.

Rimane tuttavia la forza delle affermazioni della polizia giudiziaria, le quali debbono essere considerate pienamente attendibili.

Dunque, si può ritenere accertato che l’imputato diresse la vettura contro gli operatori.

Si deve però precisare che quella era anche la direzione del varco fra la vettura di servizio e il cordolo del marciapiede, attraverso il quale egli vedeva la possibilità di fuggire.

A questo punto si può affermare ragionevolmente, alla luce della posizione degli operatori (che si frapponevano rispetto al varco utile per la fuga) che l’imputato accettò il rischio di travolgere gli operatori, pur di fuggire.

In altre parole l’imputato mirò al varco utile per la fuga, e volle imboccarlo anche al costo di travolgere gli operatori.

Sarà chiaro quindi ormai che l’unica forma di dolo che gli atti processuali consentono di affermare è quella (almeno secondo il concetto tradizionale) del dolo eventuale.

Anche la presente fattispecie, quindi, ripropone la nota questione della compatibilità fra dolo eventuale e tentativo.

3.4 La questione di diritto alla quale siamo giunti è ancora più semplice di quella in punto di fatto.

Per quanto a conoscenza di questo giudicante, la giurisprudenza della Cassazione ha ormai sostanzialmente chiarito che il dolo eventuale non è compatibile con il delitto tentato (v. Sez. 1, n. 25114-10, RV 247707).

In particolare ha chiarito che in tema di elemento soggettivo del reato, il dolo eventuale non è configurabile nel caso di delitto tentato, poiché, quando l’evento voluto non sia comunque realizzato e quindi manchi la possibilità del collegamento rispetto ad un atteggiamento volitivo diverso dall’intenzionalità diretta, la valutazione del dolo deve avere luogo esclusivamente sulla base dell’effettivo volere dell’autore, ossia della volontà univocamente orientata alla consumazione del reato, senza possibilità di utilizzare gradate accettazioni del rischio, consentite soltanto in caso di evento materialmente verificatosi (v. Sez. 1, n. 44995-07, RV 238705; Sez. 1, n. 5849-06, RV 234069).

Il discorso della possibilità di ravvisare nel caso che ci occupa il delitto di tentato omicidio potrebbe esaustivamente finire qui, essendosi già dimostrata, ad avviso di questo giudicante, l’inesistenza della prova del dolo di tentativo, non potendosi considerare con esso compatibile il dolo eventuale, inteso secondo il concetto tradizionale (cioè come accettazione del rischio dell’evento).

Peraltro, per completezza, si deve ricordare che quel concetto di dolo eventuale è stato recentemente rinnegato nella clamorosa sentenza delle Sezioni unite penali, n. 38343-14.

Queste ultime hanno affermato, in sintesi, che ai fini dell’esistenza del dolo eventuale non è sufficiente l’accettazione del rischio, risultando invece dirimente un atteggiamento psichico che indichi un’adesione all’evento per il caso che esso si verifichi quale conseguenza non direttamente voluta della propria condotta.

E’ pur vero che il dolo eventuale designa l’area dell’imputazione soggettiva in cui l’evento non costituisce l’esito finalistico della condotta, né è previsto come conseguenza certa o altamente probabile: l’agente si rappresenta un possibile risultato della sua condotta e ciononostante s’induce ad agire, accettando la prospettiva che l’accadimento abbia luogo.

Ma secondo le Sez. Un. n. 38343-14, la dottrina e la giurisprudenza che valorizzano la rilevanza della volontà e della sua ricerca anche nell’ambito del dolo eventuale colgono nel segno.

Nell’accertamento del dolo eventuale ciò che è di decisivo rilievo è che nella scelta dell’azione sia ravvisabile una consapevole presa di posizione di adesione all’evento, che consenta di scorgervi un atteggiamento ragionevolmente assimilabile alla volontà, sebbene da essa distinto: una volontà indiretta o per analogia, si potrebbe dire (v. punto n. 50 della motivazione).

In conclusione, la responsabilità penale dell’imputato per il delitto di tentato omicidio va negata perché l’unica forma di dolo ravvisabile nella fattispecie concreto è quella del dolo eventuale, inteso come accettazione del rischio dell’evento, la quale (forma di dolo) è incompatibile con il delitto tentato.

E ciò anche a prescindere dalla svolta giurisprudenziale alla quale si è fatto cenno, per la quale tale concetto di dolo eventuale dovrebbe essere addirittura espunto dall’ordinamento, per lasciare il posto alla ricerca di una bel più pregnante “volontà dell’evento”, che le Sezioni unite tentano di definire (con quale successo non è qui il caso di chiedersi).

4) Trattamento sanzionatorio ed altro.

La strumentalità delle condotte di resistenza, lesioni e danneggiamento, rispetto alla necessità di evitare la responsabilità in ordine al reato di ricettazione consente di individuare il vincolo dell’unitario disegno criminoso (art. 81 c.p.) fra tutti i reati per i quali viene affermata la responsabilità penale dell’imputato.

In ragione della pena edittale astratta, reato più grave viene considerato quello di ricettazione, e per la negativa personalità dell’imputato, emersa dai gravi comportamenti di cui sopra, la pena base viene fissata in quella di anni tre di reclusione ed euro tremila di multa.

Ma in effetti, la gravità in concreto delle condotte per le quali si procede è molto maggiore per quanto riguarda i reati satelliti, soprattutto di resistenza oltre che di lesioni e danneggiamento, avendo la condotta di resistenza e quella di lesioni posto gravemente in pericolo l’incolumità personale e la stessa vita degli operatori.

Per questo l’aumento per i reati satelliti viene effettuato fino ad arrivare alla pena di anni sei di reclusione ed euro seimila di multa.

Per effetto della diminuente del rito la pena finale viene quindi fissata in quella di anni quattro di reclusione ed euro quattromila di multa.

All’affermazione di responsabilità penale consegue altresì la condanna alle spese processuali, oltre che (in ragione della pena principale applicata) alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per anni cinque.

I fatti di cui sopra hanno chiaramente dimostrato una elevata pericolosità sociale dell’imputato, il quale ha gravemente attentato all’incolumità personale degli operatori, pur di sottrarsi alle sue responsabilità.

Per questo ne viene disposta l’espulsione dal territorio nazionale, una volta scontata la pena.

Si deve altresì provvedere come in dispositivo sui reperti ivi nominati (del denaro non si conosce l’origine; non si ravvisano residue esigenze probatorie).

Gli altri reperti, dei quali non si conosce con certezza il titolo di proprietà, avranno la destinazione di cui al dispositivo.

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