La notifica delle cartelle esattoriali tramite PEC – Marisa ABBATANTUONI

La notifica delle cartelle esattoriali tramite PEC

La digitalizzazione della PA passa anche per la notifica via telematica degli atti tributari: avvisi di accertamento e/o cartelle esattoriali etcc…, stravolgendo così il sistema delle notifiche a cui eravamo abituati. Come noto, la notifica della cartella esattoriale interrompe il termine prescrizionale, innescando una serie di conseguenze per il contribuente, ma senza tuttavia far venir meno la decadenza, eventualmente maturata “medio tempore”, del potere sostanziale di accertamento dell’Amministrazione finanziaria (Cassazione civile, sez. trib., 12 luglio 2013, n. 17251) Venendo ora alle norme di riferimento l’art. 26, comma 2, del D.P.R. n. 602/1973, come aggiunto dall’art. 38, comma 4, lettera b) del D.L. n. 78/2010 convertito nella Legge n. 122/2010 e successivamente sostituito dall’art. 14 comma 1 del D.Lgs. n. 159/2015, applicabile dal 1° giugno 2016, dispone che la notifica della cartella possa essere eseguita con le modalità di cui al D.P.R. n. 68/2005 a mezzo di posta elettronica certificata, all’indirizzo del destinatario risultante dall’indice degli indirizzi di posta elettronica certificata (INI – PEC) ovvero all’indirizzo dichiarato all’atto della richiesta e che in tali casi si applicano le disposizioni dell’art. 60 del D.P.R. n. 600/1973. Il caso dal quale prendo lo spunto, per la breve analisi che qui mi preme di affrontare è quello deciso dalla CTP di Palermo sez. II, 13 dicembre 2017, n. 6367 che vedeva tra i ricorrenti una Società che impugnava il ruolo e la relativa cartella di pagamento con cui l’Agente delle Riscossione chiedeva per conto della locale Agenzia delle Entrate il pagamento di somme a titolo di IRES ed IVA. La Società ricorrente eccepiva , tra le altre, la inesistenza della notifica in quanto l’atto in questione risultava consegnato tramite posta elettronica certificata in formato PDF senza firma digitale e non si sarebbe fatto ricorso all’obbligatoria intermediazione del Messo notificatore qualificato e, pertanto, non sarebbero state adempiute le formalità conseguenti, quali la compilazione della relata. Il Collegio palermitano fonda la propria decisione sul fatto che la sollevata eccezione non può essere ricompresa all’interno dell’ipotesi di inesistenza insanabile, ma bensì di nullità sanata dall’avvenuto raggiungimento dello scopo ai sensi dell’art. 156 c.p.c. che impongono l’applicazione delle disposizioni dell’art. 60 del DPR n. 600/1973.
In tema di notifiche delle cartelle via PEC, questione di recente affrontata anche dalla CTP nostrana, per la quale è in fase di pubblicazione la sentenza, si possono riscontrare due orientamenti prevalenti. Il primo orientamento che si delinea nella pronuncia della CTP di Milano n. 1023 del 3 febbraio 2017, afferma che qualora la cartella esattoriale allegata alla PEC e notificata sotto forma di documento informatico risulti essere un formato “PDF” senza estensione “P7M” e quindi non firmato digitalmente, non potrà essere ritenuto idoneo a garantire con certezza l’identificabilità dell’autore, la paternità dell’atto, nonché la sua integrità e immodificabilità, conformemente a quanto richiesto dal Codice dell’Amministrazione digitale. Il secondo orientamento che trova spunto dalla sentenza della CTP di Palermo n. 798 del 3 febbraio 2017, al contrario, afferma che la mancata sottoscrizione digitale dell’atto trasmesso telematicamente non lo priva delle caratteristiche di immodificabilità e di sicurezza della comunicazione, in quanto le disposizioni del D.P.R. 11 febbraio 2005 n. 68 e le specifiche tecniche previste dal D.M. 2 novembre 2005 che disciplinano il servizio di posta elettronica certificata prevedono espressamente che il messaggio venga “imbustato” in un ulteriore messaggio (c.d. “busta di trasporto”) che il gestore provvederà a firmare digitalmente. L’operazione così descritta risulta funzionale a “certificare” l’invio e la consegna del messaggio ed a garantirne l’immodificabilità da parte di terzi soggetti. Il Collegio palermitano a tal proposito statuisce che “ricevuta una cartella di pagamento in formato pdf e, pertanto, un atto presente nella sua consistenza informatica e stampabile, il quale era chiaramente riferibile all’Agente della riscossione, che l’ aveva trasmessa tramite una casella di posta elettronica certificata, dovendosi concludere nel senso che viene in considerazione una fattispecie di nullità della notifica che è stata sanata con la proposizione del ricorso in forza del principio di raggiungimento dello scopo di cui all’art. 156 c.p.c…”.
La motivazione della sentenza in commento, passa anche dal richiamo operato all’art. 20 comma 1-bis del Codice dell’Amministrazione digitale secondo cui “l’idoneità del documento informatico a soddisfare il requisito della forma scritta ed il suo valore probatorio sono liberamente valutabili in giudizio in relazione alle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità e immodificabilità…”.
Inoltre, i Giudici siciliani hanno richiamato un principio espresso nella sentenza n. 1023 del 3 febbraio 2017 della Commissione Tributaria Provinciale di Milano secondo la quale “spetta al giudice tributario il compito di accertare se la notificazione della cartella di pagamento sotto il formato digitale garantisca la conformità del documento informatico notificato all’originale….”. In adozione di tale potere accertativo, il Collegio ha fornito una valutazione positiva rispetto alle “garanzie di conformità” dell’atto impugnato. Difatti, la cartella risultava trasmessa a mezzo di posta elettronica certificata e, pertanto “… mediante un sistema che impone l’autenticazione dell’utente con credenziali di accesso (username e password), cosicchè può ritenersi che l’Agente per la riscossione la ha comunque fatta propria”. D’altro canto, motiva la CTP, il contribuente non ha fornito elementi che consentano di dubitare della genuinità della cartella dovendo quindi trovare applicazione “il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui l’onere di disconoscere la conformità tra l’originale e la copia di un documento, pur non implicando necessariamente l’uso di formule sacramentali, va assolto mediante una dichiarazione di chiaro e specifico contenuto che consenta di desumere da essa in modo inequivoco gli estremi della negazione della genuinità della copia senza che possano considerarsi sufficienti ai fini del ridimensionamento dell’efficacia probatoria, contestazioni generiche o onnicomprensive” (Cassazione civile, sez. III, 13 maggio 2014 n. 10326).

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