Le prestazioni gratuite effettuate dagli avvocati non convincono l’Agenzia delle Entrate e tantomeno il Giudice – Marisa ABBATANTUONI

“Le prestazioni gratuite effettuate dagli avvocati non convincono l’Agenzia delle Entrate e tantomeno il Giudice”

Come noto, la gratuità delle prestazioni da parte dei professionisti in parte “voluta”, ma “spesso” subita è materia di scontro in fase di accertamento tra il verificato e gli organi competenti. Con la recente Sentenza della Cass. civ., sez. VI-T 14 marzo 2018, n. 6215 i Giudici della Sezione Tributaria prendono posizione sulla gratuità delle prestazioni professionali. Sostanzialmente il Collegio riconosce ad un professionista, nel caso d specie avvocato, la possibilità di lavorare gratis per parenti ed amici, e ciò anche in virtù di un probabile tornaconto in termini di pubblicità, notorietà e crescita professionale o per la semplicità della prestazione, chi può dire di essere stato “graziato” dall’obbligo di redazione del ricorso avverso una sanzione amministrativa richiesto da un parente, vicino di casa, amico dell’amico etcc….? Tuttavia, nonostante tali dinamiche siano patrimonio dei Giudici romani, lo scetticismo che spesso contraddistingue l’AE di fronte ad attività giudiziarie ed extragiudiziarie non fatturate viene condiviso, in questo caso dal Collegio giudicante. Difatti, “La diffusa e sistematica rinuncia ai compensi per le prestazioni professionali, anche non di modico valore, resa sia dinanzi ai giudici di pace che al tribunale, civile ed amministrativo connota di gravità, precisione e concordanza le presunzioni di maggiori redditi accertati induttivamente dall’Amministrazione finanziaria ex art. 39, comma 2, D.P.R. n. 600/1973, trattandosi di comportamento che, tenuto conto del numero esiguo delle fatture emesse e dell’esiguità del reddito dichiarato, confligge con le elementari regole di ragionevolezza, non superabile dalle dichiarazioni rese da alcuni clienti, in quanto prive di intrinseca credibilità”. La sentenza, ratifica oltremodo il metodo accertativo “induttivo” adottato dall’Ufficio, lasciando quindi il malcapitato avvocato sprovvisto di una realistica difesa “posto che l’omessa fatturazione di corrispettivi conseguiti nello svolgimento di attività professionale giustifica ampiamente il ricorso al tipo di accertamento in concreto espletato dall’amministrazione finanziaria (arg. da Cass. n. 1942 del 2007, n. 11680 del 2002), essendo noto e consolidato il principio in virtù del quale, in tema di rettifica delle dichiarazioni dei redditi d’impresa, qualora l’amministrazione constati delle irregolarità della contabilità di gravità tale da determinare un’inattendibilità globale delle scritture, è autorizzata, ai sensi delle citate disposizioni, a prescindere da esse ed a procedere in via induttiva, avvalendosi anche di semplici indizi sforniti dei requisiti necessari per costituire prova presuntiva: la circostanza che le irregolarità contabili siano così gravi e numerose da giustificare un giudizio di complessiva inattendibilità delle stesse rende, dunque, di per sè sola legittima l’adozione del metodo induttivo (tra le altre, Cass. n. 9097 del 2002, n. 27068 del 2006, n. 6086 del 2009, n. 18902 del 2011, n. 13735 del 2016)”;
Secondo l’ordinanza in commento, l’elevato numero di prestazioni gratuite rese nei confronti di terzi clienti e la relativa giustificazione addotta dal professionista di “rinuncia al compenso”, sono elementi idonei a far ritenere inattendibile la contabilità e, conseguentemente, a consentire di procedere con l’accertamento fiscale. L’applicazione del metodo “induttivo” inoltre, viene riconosciuta anche in presenza di professionisti che risultano congrui e coerenti agli studi di settore; inoltre a chiusura di questo breve commento, si rammenta che la CTP di Ancona con la sentenza 1279/3/2016, ha sostenuto che, laddove il professionista intenda declinare il pagamento dei compensi, dovrebbe egualmente fatturare la prestazione ed accollarsi l’onere fiscale.

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