L’istituto della successione nel diritto controverso di cui all’art. 111 c.p.c. e la Riforma Delrio (Trib. Ancona, ord. 18-11-2016, Giud. Dorita Fratini) – Morena LUCHETTI

Ordinanza del 18.11.2016 Tribunale di Ancona Sezione Civile Giudice dr.ssa Fratini –

Riforma delle Province (Legge Delrio) e applicazione processuale dell’istituto dell’interruzione art. 111 c.p.c.

Con la pronuncia in argomento il Giudice del Tribunale di Ancona ha statuito che, con riferimento al passaggio di funzioni dalle Province alle Regioni, sono queste ultime le sole titolari delle funzioni oggetto di trasferimento, sebbene non si sia completato l’iter amministrativo inerente l’attribuzione delle “provviste” mediante assegnazione delle risorse finanziarie.

L’assunto, condivisibile, muove dalla interpretazione organica della normativa sia statale che regionale adottata in materia. Con particolare riferimento alla Regione Marche, il trapasso di funzioni è avvenuto con la L. R. 13 del 3.4.2015, la quale, sulla scorta dei principi guida della Legge statale n. 56 del 7.4.2014 (Legge Delrio), ha stabilito sia il novero delle funzioni “trapassate”, contenute in apposito allegato A, sia le modalità del processo nonché il termine ultimo di effettivo avvio dell’esercizio delle predette funzioni in capo alla Regione da realizzarsi entro il 31 marzo 2016.

Le delibere di attuazione della norma regionale anzidetta – Delibere Giunta Regione Marche n. 302 e 303 del 31 marzo 2016 – nel dare esecuzione al dettato normativo hanno stabilito che a decorrere dal 1 aprile 2016 la Provincia cessasse di esercitare le funzioni.

Il subentro, per espressa previsione della norma statale (art. 1 comma 96 lett. c), occupa anche il contenzioso in essere, con la conseguenza che la ricaduta nei giudizi pendenti, nell’interpretazione datane dall’odierno Giudicante, è sussumibile nell’istituto dell’interruzione processuale ex art. 111 c.p.c., non per cessazione (ovviamente) dell’ente, bensì per successione a titolo particolare nel diritto controverso.

La prima considerazione che può osservarsi, al riguardo, è che non propriamente la giurisprudenza amministrativa ha contrassegnato il fenomeno della successione del munus pubblico quale evento in grado di determinare, sul contenzioso pendente, un’interruzione vera e propria del processo; il Supremo Consesso ( Cons. Stato sez. V 15.5.2015 n. 2466) ha difatti sottolineato che la successione del munus è un evento discendente da una espressa previsione di legge, con la conseguenza che sussiste e si verifica la piena continuità della funzione dall’ente precedente al nuovo ente, senza soluzione di sorta; ne discende, pertanto, un sistema fluido, che proprio in forza della continuità della funzione comporta che nei confronti del subentrante la sentenza che conclude il processo spieghi del tutto i propri effetti.

Nel caso di specie il Giudice ha ritenuto, attingendo ampiamente e principalmente ad alcune sentenze della Suprema Corte, che nei processi civili venisse costantemente applicato l’art. 111 c.p.c. in ragione della circostanza che l’ente originariamente titolare della funzione non è soppresso, con conseguente rimando ed applicazione, pertanto, a tale istituto.

Ebbene, e da qui la seconda considerazione relativa alla pronuncia de qua, l’applicazione dell’interruzione conduce a soluzione piuttosto “singolare”, a parere di chi scrive, in ordine alla valutazione dell’ordinanza di estromissione, non ultimo considerato che nel caso di specie il giudizio è del tipo sommario ex art. 702 bis c.p.c..

L’antefatto è dato da una precedente ordinanza emessa dal Giudice istruttore inizialmente investito della causa il quale aveva disposto l’estromissione dal processo della Provincia (nei confronti della quale la domanda era stata correttamente avanzata per essere l’ente, a quel tempo, ancora titolare della funzione) e la contestuale chiamata in causa della Regione che, medio tempore, era subentrata. Accadeva quindi che la Regione si costituiva demandando la revoca dell’ordinanza per illegittima estromissione della Provincia, che era stata esclusa dal processo senza il consenso dell’ente subentrante.

L’odierno Giudice istruttore, nell’applicare l’interruzione, ha invero stabilito di respingere l’istanza di revoca non ritenendo l’ordinanza un provvedimento istruttorio revocabile ex art. 177 commi I e II c.p.c. ma, al contrario, un atto definitivo da cui scaturirebbe una pronuncia sostanziale comportante la definizione della lite con riferimento a quel soggetto (estromesso). Pur non affrontandola approfonditamente, il Giudice ritiene che anche nell’ipotesi in cui la si voglia considerare quale atto istruttorio, alla stessa non possano applicarsi i rimedi dell’art. 177 commi I e II c.p.c. perché trattasi di ordinanza non modificabile soggetta, pertanto, allo stesso art. 177 ma comma III c.p.c..

Lascia perplessi, con riferimento a quest’ultimo punto, l’appartenenza dell’eventuale ordinanza istruttoria al regime di non modificabilità previsto per le ordinanze assunte su accordo delle parti, atteso che la Regione non era parte (a quel tempo) del processo; ma, oltre a questo (e più che a questo), deve l’attenzione incentrarsi sul carattere definitivo di “sentenza” che il Giudice attribuisce alla pronuncia di estromissione i cui connotati, visto il rito sommario di cognizione, sono quelli dell’art. 702-ter comma VI c.p.c. con conseguente applicazione del regime di impugnazione proprio di tali ordinanze (art. 702-quater c.p.c.).

Avv. Morena Luchetti

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