Violazione dei doveri informativi da parte della Banca e danno risarcibile (Trib. Macerata 23.6.2015) – Francesca IPPOLITI

Violazione dei doveri informativi da parte della Banca e danno risarcibile: il maggior danno subito dall’investitore viene riconosciuto anche dal Tribunale di Macerata (sent. n.°629 del 23 giugno 2015)

L’inadempimento da parte della banca agli obblighi informativi previsti dal TUF, stante la gravità e la rilevanza ai fini del disposto dell’art.1455 c.c. (al cliente non è stata sottoposto e fatto firmare il modulo relativo alla esperienza finanziaria e non sono state fatte sottoscrivere le “avvertenze particolari” contenute nell’ordine/nota di negoziazione, ndr), comporta la pronuncia di risoluzione del contratto ai sensi dell’art.1453 c.c.

Oltre alla condanna della banca al rimborso in favore del cliente delle somme da questi inizialmente investite, previa restituzione da parte dell’attore alla convenuta dei titoli oggetto di causa (o comunque del tantundem eiusdem generis et qualitatis), il Tribunale di Macerata reputa sussistenti i presupposti per la condanna della banca al pagamento, a titolo risarcitorio per mancato guadagno, della somma corrispondente al rendimento che sarebbe ad oggi derivato al cliente dall’investimento ove effettuato su titoli a medio rischio e, conseguente, media redditività.

A tal riguardo appare del tutto congrua la modalità di quantificazione del danno che pone come riferimento la percentuale di rendimento dei Btp del periodo al 5%: investimento alternativo a medio-basso rischio, al quale il cliente si sarebbe presuntivamente approcciato se la banca avesse fornito al medesimo le corrette informazioni (di alto rischio) sul titolo compravenduto (titoli di debito argentini, ndr).

Commento a cura dell’Avv. Francesca Ippoliti

E’ noto che l’art. 1224 c.c. regoli il danno nelle obbligazioni pecuniarie: nelle obbligazioni che hanno per oggetto una somma di denaro sono dovuti gli interessi legali dal giorno della mora. Il tasso legale è però sempre stato mantenuto su livelli decisamente inferiori rispetto ai tassi-soglia rinvenibili sul mercato finanziario (es. nel 2005 il tasso legale era del 2,50%; il rendimento dei Bot di periodo era il 3,85%), così dando luogo ad un perversa spirale che spinge i debitori (soprattutto quelli portatori di grandi masse di liquidità – es: istituti di credito, compagnie di assicurazione, ecc…) a rimanere tali, potendo lucrare il differenziale dei tassi. Ciò si traduce in vero e proprio incentivo all’inadempimento.

La problematica è stata per la prima volta, incidentalmente, affrontata dalla Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza n. 19499 del 16 luglio 2008.

La Suprema Corte ha acutamente compreso ed applicato, in via presuntiva ed a qualunque creditore, il concetto di maggior danno, stabilito nel differenziale tra il tasso di rendimento netto annuo dei titoli di Stato di durata non superiore ai 12 mesi e il tasso legale. Ma proprio in considerazione dei valori assunti nell’ultimo decennio dai rendimenti dei titoli di Stato di durata non superiore a dodici mesi e, ancor più, di quelli attuali che sfiorano lo 0, il principio giuridico fissato dalla Suprema Corte non appare suscettibile di realizzare né un tangibile risarcimento al danno, né un disincentivo alla proliferazione degli inadempimenti.

Tuttavia rappresenta un passo importante verso il coraggioso traguardo che la giurisprudenza, di merito e di legittimità, mostra di volere raggiungere.

E, ad onor del vero, la medesima tecnica di calcolo utilizzata dalla Suprema Corte con la sentenza 19499/2008 aveva già visto luce nel nostro Tribunale di Macerata, con la sentenza n.° 344 del 23 maggio 2012i.

In questa ultima occasione, poi, il Tribunale di Macerata ha verificato proprio i quasi azzerati rendimenti dei Bot a dodici mesi, ha compreso che il computo del danno effettuato sulla base dei medesimi criteri applicati nel 2008 dalla Suprema Corte avrebbe avuto l’esito di non risarcire equamente il creditore e così, applicando la metodologia prescelta dagli ermellini ma modulandola sulla base delle variazioni economiche attuali, ha utilizzato lo strumento dei Btp al 5%: un titolo di Stato come i Bot, ma con rendimenti che offrono un differenziale col tasso legale meno sensibile ai ribassi del mercato finanziario e,in definitiva, più equo.

iGli interessi sono dovuti nella maggior somma tra il tasso legale e quello di rendimento annuo netto dei titoli di stato di durata a dodici mesi (cfr. per il criterio assunto ai fini della liquidazione del maggior danno nei debiti di valuta, cui quello di restituzione appartiene, Cass. Civ. sez. Unite, 19499/2008), presumendosi che gli attori ove avessero avuto l’immediata disponibilità della somma, l’avrebbero impiegata, reinvestendola” (così, Tribunale di Macerata, sentenza n.° 344 del 23 maggio 2012).

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